La link popularity è uno dei fattori più importanti per il posizionamento di un sito su Google e, più in generale, per il suo successo in rete. Chiunque si occupi di SEO o SEM, a qualsiasi livello lo faccia, anche il più amatoriale, lo sa, ma sa anche che Google non ama gli spammer e che i link vanno contestualizzati, inseriti in siti a tema e non devo crescere troppo rapidamente nel tempo. Nella migliore delle ipotesi dovrebbe trattarsi, almeno per la maggior parte, di link spontanei, provenienti da siti che riconoscono la qualità dei nostri contenuti o, se vendiamo qualcosa, dei nostri prodotti, e decidono pertanto liberamente, di linkarci, consigliandoci quindi alla loro utenza.

In realtà questa tipologia di link, così preziosa, è piuttosto rara e se ci si affida solo a link spontanei la popolarità cresce in modo molto lento. D’altra parte però, come detto, non bisogna tirare troppo la corda o Google potrebbe penalizzarci, almeno in teoria, perché a quanto pare anche il colosso dei motori di ricerca perde colpi. Ad evidenziarlo è stato in un recente articolo-denuncia, del New York Times.

Il celebre quotidiano, in un articolo che in italiano avrebbe un titolo del tipo: “Il piccolo sporco segreto della ricerca”, ha messo a nudo qualche limite nei risultati del più famoso motore del mondo. Google si sarebbe infatti lasciato ingannare da una catena d’abbigliamento e arredo americana, la JC Penney, che è ricorsa ad un vecchio trucco, quello di pubblicare moltissime pagine e piccoli siti da cui linkare la propria home page aziendale con specifiche parole chiave, in modo da scalare le SERP di Google per moltissime chiavi di ricerca, alla faccia di siti ed aziende molto più titolate.

Google è intervenuto, ristabilendo la tradizionale qualità delle sue SERP, solo dopo l’articolo del Times, dimostrando al mondo di essere tutt’altro che infallibile e prestando il fianco a chi, soprattutto in America, negli ultimi tempi, ne sta spesso criticando l’affidabilità.



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